Forme del potere

Poche annotazioni negli scritti di storici romani e di altra estrazione e le testimonianze archeologiche spesso di non facile interpretazione: sono queste le fonti che hanno consentito di fare luce descrivere con sufficiente chiarezza sulla struttura del potere tribale delle genti germaniche in genere.  Non fanno eccezione i riferimenti alla Gens langobardorum per la quale esistono tracce - oltre che in brevi cenni negli scritti di Tacito e di Velleio Patercolo - nelle cronache (tardive) di Paolo Diacono e negli indizi deducibili dalla prima legge scritta, l’Editto di Rotari. Diversa la situazione per le fasi pannonica e italica nelle quali il sistema di potere longobardo e le sue tappe evolutive sono ben conosciuti.

  • Fase germanica

Nella fase dello stanziamento nell’area del basso Elba la tribù è composta da coltivatori, allevatori e cacciatori. Nel mito delle origini vengono riportati i primi nomi leggendari dei capi che hanno guidato il passaggio dalle terre scandinave a quelle “germaniche”. La tribù era composta da gruppi familiari che celebravano – nel racconto degli anziani – il mito di origine della stirpe, l’identità del gruppo, le origini nobili della famiglia dominante. Le assemblee prendevano le decisioni importanti e, in caso di imminente conflitto, nominavano un capo scegliendolo tra i più valorosi. In questo modo struttura sociale e struttura militare costituivano un corpo unico. Alle donne spettavano funzioni operative di interesse familiare ma alcune di esse rivestivano ruoli profetici e divinatori. Nella seconda metà del II secolo d.C. il sistema “politico” longobardo – messo sotto pressione dai grandi movimenti di tribù germaniche – iniziò a orientarsi verso l’ampliamento della propria sfera di attività, assumendo funzioni più aggressive. Ne è prova l’adesione di gruppi longobardi alla confederazione guidata dai Marcomanni, peraltro sconfitta tra il 167 nell’area pannonica dall’imperatore Marco Aurelio. Ma intanto la traccia di un futuro percorso era già stata segnata.

  • Fase pannonica

Nel corso del III secolo si registrano i primi movimenti longobardi verso il centro-est Europa, trasformatisi nei due secoli successivi in grande migrazione. Nell’area pannonica avvengono profonde mutazioni nell’organizzazione della società longobarda e nella gestione del potere. Di fatto prende avvio un processo di trasformazione che porta alla creazione di un sistema di governo basato sul <popolo-esercito> organizzato in farae (clan allargati che includevano guerrieri, famiglie e schiavi). Nucleo forte quello degli uomini liberi in armi, gli arimanni, nerbo della milizia ma anche della società mentre gli aldii erano uomini semiliberi che supportavano l'esercito. Ciascuna fara – al vertice della quale era un dux espresso dalla famiglia più nobile o più potente – dava garanzia di coesione. Allo stesso tempo si era avviato un processo di avvicinamento dei Longobardi alle istituzioni romano-bizantine, consentendo così delle esperienze utili per il perfezionamento di un nuovo ordinamento politico con l’adattamento degli istituti amministrativi ed economici alla propria tradizione tribale.

Nasce così in Pannonia la potenza del popolo longobardo, rafforzata da contatti con l’impero bizantino, con la nascita di alleanze politiche di carattere matrimoniale, militare e commerciale, con ambascerie e scambi di doni.  I Longobardi imparano le forme dell’ordinamento militare romano-bizantino e delle strategie di guerra; si avvicinano al cristianesimo di professione ariana; assimilano fogge e costumi (armamenti e vestiari imperiali); adattano e innovano le tecniche di fabbricazione di armi, oggetti e monili.

Infine si consolidano, per succedersi poi nel potere, le due più nobili stirpi: quella dei Lethingi (da cui deriverà la dinasta “bavarese” dei re longobardi) e quella dei Gausi, di cui sarà parte Alboino il re che conquisterà la penisola italica dopo aver incardinato in Forum Iulii (Cividale) la dinastia friulana dalla quale discenderà la dinastia beneventana dei duchi e dei principi longobardi.

  • Fase italica- Il regno

I Longobardi si configurarono come un'élite militare insediata sul territorio, distinguendosi dalla popolazione latina sottomessa. Il re veniva generalmente eletto - o confermato - nell'ambito dell'assemblea dell'esercito, con il tempo integrata dagli esponenti delle aristocrazie.

Nel volgere di pochi decenni dal momento dell’ingresso nella penisola italica (568) e dopo iniziali fasi di assestamento, anche turbolento, il potere longobardo consolidò i suoi capisaldi: il re e la sua corte, i duchi residenti nelle principali città della penisola, i gastaldi (amministratori del re nei territori dei ducati), gli iudices (giudici), gli sculdasci (con poteri militari e civili, dipendente dagli iudices), i gasindi (guerrieri legati al re o al duca da vincoli personali che agivano come ufficiali). Importanti il ruolo dei notai - inizialmente di estrazione romana – che traducevano in scrittura editti, delibere, decisioni e sentenze. Per quanto riguarda l’amministrazione della giustizia, con l'Editto di Rotari e i successivi interventi legislativi, la partecipazione popolare ai giudizi venne sostituita da una ristretta cerchia di notabili, notai ed ecclesiastici, spesso chiamati boni homines, che assistevano lo iudex. Di fondamentale rilievo fu, con l’avvicinamento al cattolicesimo, l’apporto della gerarchia ecclesiastica già radicata nei territori.

Una complessiva catena di comando, talvolta sbilanciata dalle intemperanze di alcuni duchi, certamente scossa per lungo tempo dalla contrapposizione tra sostenitori del cattolicesimo e dell’arianesimo, ma in ogni caso capace di stabilizzare la penisola, stimolando nuovo sviluppo economico favorito dal rilancio o dalla nascita di nuove classi sociali finanziariamente dotate: i possessores (proprietari di terreni e di beni), i mercatores (mercanti), varie categorie artistico-artigianali. Punti di forza culturali nell’evoluzione del sistema furono - oltre all’articolata gerarchia sociale - la scrittura (in particolare quella applicata nella promulgazione di leggi ed editti e nel diritto in genere), l’adesione al cattolicesimo, i matrimoni misti. Quanto all’assemblea del popolo, ai tempi del regno essa sopravvisse ma con ruoli più informativi che decisionali. Il risultato evolutivo fu la trasformazione dell’identità etnica: già al tempo di Liutprando (712-744) essa non aveva più una connotazione etnica, bensì una caratterizzazione sociale contrapponendo il ceto dirigente ai pauperes, i poveri. La rivalità a fasi alterne con l’impero di Bisanzio, con il Papa di Roma e con i Franchi non limiterà <la forza di impatto di un popolo giovane di ideali e proteso alla conquista di benessere, che scuoterà lo stagnante ambiente della penisola, immerso in una lunga crisi sociale ed economica>.

  • Fase italica - I principati del Sud

Il potere longobardo nel Sud Italia si consolidò attraverso la trasformazione del Ducato di Benevento in Principato ad opera del duca (e poi principe) Arechi II, il grande costruttore del prestigio longobardo nel Mezzogiorno d’Italia. Benevento di fatto ereditò il ruolo di Pavia come capitale del Sud, rafforzata dal possesso del santuario nazionale di Monte Sant’Angelo, fonte del culto ormai dilagante un unificante di S. Michele Arcangelo. La città fu arricchita da Arechi II dal completamento del complesso di Santa Sofia (oggi patrimonio UNESCO). Buona sorte toccò anche a Salerno, sino a quel punto gastaldato beneventano.

Arechi II vi avviò importanti opere edilizie con la costruzione del suo palazzo di S. Pietro a Corte. In entrambe le città fu rafforzato o creato in parte il sistema delle mura difensive.

Dal punto di vista concettuale, comunque, la struttura del potere non subì variazioni rispetto a quanto in vita al tempo del regno: i Longobardi agirono come continuatori dei vigenti sistemi organizzativi. Profondi furono invece i cambiamenti nella gestione dei territori, dovuti ai frequenti contenziosi tra gli eredi di Arechi II. Punto di svolta, l’anno 849 con la divisione dei territori tra Benevento e Salerno cui seguì, nell’anno 900, la istituzione del principato di Capua. Le terre furono ridistribuite fra i nuovi poli del potere. Lunghe, ripetute e complesse le successive diatribe tra i vari principi con i loro mutevoli sistemi di alleanza.

Una nuova fase unitaria si registrò con l’azione di un altro protagonista della storia longobarda: Pandolfo I Testadiferro, il quale tra il 943 e il 981 riuscì a riunificare tutto il Mezzogiorno longobardo con l’aggiunta dei territori del ducato di Spoleto. Un’impresa dissoltasi alla sua morte. Infine la storia registra un intreccio di nuovi contenziosi, il ricorso a mercenari-invasori saraceni e poi a mercenari normanni i quali infine assunsero ogni potere d’intesa con il Papato. Nel 1076 Salerno, ultima difesa, fu conquistata e la grande stagione longobarda volse al termine, cedendo il passo alla sopravvivenza di famiglie nobili di stirpe longobarda nel ruolo di feudatarie.

LEGGI

Editti e leggi contengono elementi sostanziali per identificare le principali dinamiche evolutive della società longobarda, eliminando le possibili mediazioni che rendono difficoltosa la percezione della realtà della struttura sociale longobarda e della sua evoluzione. In sintesi si può osservare che se l’Editto di Rotari ha il pregio di “fotografare” l’identità etnica delle genti longobarde soprattutto nella loro fase pannonica e agli inizi dell’esperienza italica, le successive leggi - ispirate a idealità cristiano-cattoliche e ad alcuni principi del diritto romano – rappresentano un effettivo corpus legislativo autonomo e originale nel contesto del diritto espresso dai regni romano-barbarici altomedievali. E forniscono elementi oggettivi per identificare le principali dinamiche evolutive della società longobarda.

  • Editto di Rotari (643) – Ha il pregio fondamentale di essere la prima trascrizione scritta di usi e consuetudini che riproduce, in particolare, il quadro della realtà sociale longobarda determinatasi in area pannonica. L’Editto definisce l’identità nazionale del regno e dà avvio al fisco regio basato sulle multe per reati più gravi.
  • Leggi Liutprando (713-744) – In esse si riflette la dimensione religiosa della legislazione che pone particolare attenzione all’organizzazione familiare (a tutela di donne e figli); riduce l’importanza delle farae la cui funzionalità è ormai ridotta; riconosce la formazione del ceto dei possessores; pongono in evidenza l’importanza del raggruppamento tra arimanni, exercitales, fideles longobardi, espressione di un nuovo popolo dalle basi fondate anche su valori economico-sociali. Trasformazioni importanti, di conseguenza, anche nella struttura dell’esercito basato, in definitiva, sul censo: si formano infatti dei “professionisti della guerra” raccolti attorno a un capo scelto in quanto il più coraggioso o il più abbiente o colui che può assicurare più ricchezze.
  • Leggi di Ratchis (744-749) – Integrano l’Editto di Rotari rivelando, assieme alla continuità del diritto, la crescente influenza delle legislazioni romana e canonica. Le città diventano sedi obbligatorie degli iudices e viene perseguita la corruzione. L’insieme legislativo da un lato consolida la struttura statale ma dall’altro lato riflette difficoltà e contrasti interni oltre che la necessità di rafforzare i confini.
  • Leggi di Astolfo (750-751) – Principali scopo la mobilitazione di massa nel contesto di una rinnovata coscienza militare e la riorganizzazione dell’esercito su tre livelli di specializzazione (fanteria pesante e cavalleria; fanteria media; fanteria leggera) basati sul censo ovvero sulla possibilità degli iscritti a ciascun ruolo di dotarsi a proprie spese di adeguati equipaggiamenti. Dalle disposizioni emerge l’obbligo per la classe dei mercanti di dotarsi di corazza e cavallo. Irrinunciabile, infine, l’obbligo di partecipare all’esercito o alla <sculca> (funzioni locali di polizia o di guardia).
  • Editti di Arechi II e di Adelchi (fine VIII sec.) - Risposte alla necessità di fornire adeguamenti a nuove esigenze sociali e giuridiche dell’area meridionale.

RELIGIONE

Le tendenze religiose delle genti longobarde nelle varie tappe del loro percorso europeo scandiscono l’evoluzione della loro cultura. Nella iniziale fase tribale il riferimento è alle espressioni del pantheon nordico con una speciale predilezione per Frea, dea della fertilità e della magia, e per Wotan, dio della guerra e della saggezza. Le loro attribuzioni rispecchiano le esigenze sociali dei primordi: le necessità di alimentazione e di difesa, nutrite da una concezione magica della natura.

L’arrivo nell’area pannonica corrisponde all’incontro con il cristianesimo di matrice ariana e con gli usi e costumi elaborato dall’impero bizantino. Senza rinunciare all’ispirazione pagana, i Longobardi iniziano a misurarsi con altri valori.

Le due fasi italiche (regno e principati del Sud) impongono scelte decisive e contribuiscono a costruire un nuovo scenario continentale considerando - come frutti delle idealità cristiane - la contestuale nascita del primo concetto unitario di un’<Europa di tutte le genti che vi abitano>. Scenario in cui, con la loro progressiva conversione al cattolicesimo, anche i Longobardi assumono un ruolo attivo. 

L’apporto delle idealità cristiano-cattoliche al sistema statale e sociale dei Longobardi assumerà una molteplicità di valenze in quanto:

  • fornisce all’aristocrazia longobarda una rete di supporto organizzativo (anzitutto il clero territoriale e le pievi) per un più agevole inserimento e controllo della popolazione romanica;
  • favorisce e semplifica l’adattamento e la sostituzione nell’immaginario religioso longobardo di proprie figure santificate a divinità della tradizione pagana: è il caso di S. Michele Arcangelo “interpretato” nel ruolo rivestito da Wotan
  • ispira la legislazione e fornisce indirizzi decisivi e unificanti nell’opera di fusione di tradizioni e culture che porterà alla nascita della nuova cultura longobarda quale <primaria radice dalla Cultura europea>

L’aristocrazia longobarda fornirà al cattolicesimo:

  • la creazione e il potenziamento di monasteri, abbazie e chiese
  • dotazioni finanziarie per lo sviluppo degli stessi presidi religiosi
  • valorizzazione e protezione delle figure di Santi, tuttora oggetto di venerazione oltre che elementi di riconoscimento identitario di moltissime comunità locali

CULTO DEI SANTI

In epoca longobarda il prestigio della presenza delle reliquie di santi fornisce una spiegazione sui valori più generali che ad esse erano attribuiti dalle comunità che le custodivano. La stessa storia dei principali santi rende bene la misura e la profondità dell’inserimento nel contesto cattolico degli eredi di quei “nefandissimi” longobardi di primitiva “memoria”.

  • S. Giovanni Battista, simbolo di fede

Figura centrale del Cristianesimo e cugino di Gesù Cristo, il Battista rappresentò per i Longobardi il protettore del regno, assieme all’Arcangelo Michele. La narrazione evangelica del ruolo di S. Giovanni e la sua personalità indomita e combattiva ben si prestavano da un lato a rappresentare la volontà - espressa anzitutto dalla regina Teodolinda - di accostare il popolo longobardo al battesimo cattolico e, dall’altro lato, a corrispondere come modello al fiero carattere dei Longobardi. Dopo l’intitolazione al Battista del Duomo di Monza, altre prestigiose chiese e battisteri vennero a lui dedicati dall’aristocrazia longobarda in tutta Italia.

  • S. Michele Arcangelo, condottiero delle schiere celesti

Difensore della Fede, accompagnatore delle anime, condottiero delle schiere celesti. Il culto dell’Arcangelo - originato dai testi biblici - è tuttora venerato in tutte le religioni monoteiste. L’imperatore Costantino in suo nome fece erigere a Costantinopoli un imponente santuario, il Micheleion. L’apparitio dell’Arcangelo al vescovo di Siponto Lorenzo Maiorano (8 maggio 490) fu all’origine dell’insediamento del culto nella grotta sul monte Gargano. I Longobardi adottarono l’Arcangelo come proprio Santo, avendo in lui individuato prerogative simili al dio pagano Wotan, venerato dalla loro tradizione germanica. Con i Longobardi il culto si diffuse in Italia per dilagare infine in tutta Europa. Un culto oggi sempre vivo.

  • San Martino, lotta all’arianesimo

Originario della Pannonia - ove nacque nel 316, due secoli prima dell’arrivo dei Longobardi in quei territori - Martino fu ufficiale di cavalleria nell’esercito romano. Celebre la leggenda della sua conversione al cattolicesimo dopo l’incontro con il mendicante cui donò parte del mantello che, il giorno dopo, tornò integro. Martino si impegnò contro l’arianesimo e in questo probabilmente si deve la sua venerazione da parte dei Longobardi.

  • S. Agostino, padre e dottore della Chiesa

Originario di Ippona (oggi Annaba, in Algeria) – Nato nel 354 è il maggiore rappresentante della filosofia cristiana dei primi secoli (patristica). Esemplare e drammatico il racconto autobiografico della conversione dal paganesimo (387) riportato nelle sue <Confessioni>, quanto sterminata la sua produzione di scritti sia a sostegno della dottrina cristiana, sia in opposizione alle molte eresie del suo tempo, sia di natura dogmatica e morale. Un gigante della fede. Morì nel 430 nel momento in cui Ippona, di cui era divenuto vescovo, era sotto assedio da parte dei Vandali. Verso il 504 le spoglie di S. Agostino furono portate in Sardegna da un gruppo di esuli di Ippona. Oggetto per due secoli di intensi pellegrinaggi, le spoglie divennero un punto di riferimento per re Liutprando intento ad abbellire la capitale del regno, Pavia. La presenza di gloriose reliquie equivaleva al prestigio della città che le ospitava. Liutprando dispose dunque l’acquisto delle spoglie di S. Agostino, il loro trasferimento dalla Sardegna a Genova e, infine, il trasporto - accompagnato da un corteo guidato dal re in persona - sino a Pavia nella basilica reale di S. Pietro in Ciel d’Oro, ove sono tuttora custodite in una preziosa urna.

  • Marco, primo evangelista

Incerto il suo luogo natale: o Gerusalemme o la Cirenaica. Era figlio di una Maria la cui casa fu punto di incontro per i primi seguaci di Gesù. Gli è attribuito il primo Vangelo (anni 65-70) scritto in aramaico e destinato ai cristiani di origine ebraica oltre che traccia per i successivi vangeli “sinottici” di Matteo e Luca. 

  1. Marco fondatore della Chiesa-madre di Aquileia. La leggenda - immortalata negli affreschi della basilica aquileiese - narra che l'evangelista, inviato da San Pietro, fondò nella grande metropoli imperiale la prima comunità cristiana, consacrandovi il primo vescovo, Ermagora. L’arrivo dell’evangelista ad Aquileia è corredato da un’altra leggenda, che individua il luogo del suo sbarco nella spiaggia di una pineta prospiciente la vicina laguna di Grado. Marco rientrò poi ad Alessandria d’Egitto per fondarvi la prima chiesa, divenendone vescovo. Per quest’opera evangelizzatrice subì infine il martirio tra il 68 e il 72 d.C. Il legame con San Marco servì comunque al patriarcato di Aquileia – fulcro dello scisma dei Tre Capitoli - per rivendicare l'autonomia e la superiorità gerarchica rispetto ad altre sedi. Nel frattempo l’arrivo dei Longobardi aveva prodotto nel 607 una divisione nella chiesa di Aquileia con la nascita parallela del vescovado (poi patriarcato) di Grado. I vescovi di Aquileia furono filo-longobardi, quelli di Grado filo-bizantini. Questi ultimi furono infine assorbiti da Venezia assieme al culto di S. Marco. Nell’828 due mercanti veneziani trafugarono da Alessandria le spoglie dell’evangelista trasportandole a Venezia che trasformarono il simbolo dell santo – il leone - nel loro vessillo.
  • S. Matteo, apostolo ed evangelista

Originario di Cafarnao. Era un esattore delle tasse chiamato da Gesù a seguirlo. Autore (circa nel 70-80 d.C.) del Vangelo che porta il suo nome, incentrato sul compimento da parte del Messia delle promesse dell'Antico Testamento. Il suo martirio sarebbe avvenuto in Etiopia dove l’apostolo aveva avviato la predicazione convertendo anche il re Egippo. Alla morte di questi, il fratello Irtaco intendeva sposarne la figlia Ifigenia, la quale gli oppose rifiuto. Per vendetta Irtaco ordinò l’uccisione di Matteo, passato a fil di spada mentre era sull’altare.

Tradizione vuole che le spoglie furono portate dapprima in Bretagna dove il prefetto militare Gavino le rilevò trasferendole nel Cilento, a Velia ove rimasero celate sino al loro ritrovamento da parte del monaco italo-greco Atanasio. Infine per volere del principe Gisulfo I nel 954 le reliquie giunsero a Salerno. Infine nel 1081, il normanno Roberto il Guiscardo e l'arcivescovo Alfano I depositarono le reliquie nella cripta della nuova cattedrale di San Matteo, costruita appositamente per ospitarle e consacrata da papa Gregorio VII.

  • S. Bartolomeo apostolo

Originario di Cana – Una figura poco conosciuta ma molto venerata nella tradizione cristiana. Di lui si narra che fosse presente al miracolo compiuto a Cana da Gesù con la trasformazione dell'acqua in vino durante una cerimonia di nozze. A Bartolomeo venne affidata la predicazione in Etiopia ove la sua azione e soprattutto la conversione da lui ottenuta di Astiage, fratello del re Polimio, riscosse l’ira dei sacerdoti pagani. Bartolomeo per punizione venne scuoiato vivo e, secondo alcune narrative, successivamente decapitato o crocefisso. Leggenda vuole che le reliquie giunsero (nella seconda metà del III sec.) nell’isola di Lipari. Dopo altre vicissitudini e altrettanti spostamenti nell’839 le reliquie ricomparvero e il principe longobardo Sicardo le volle a Benevento ove furono deposte in un oratorio in seguito trasformato nella basilica intitolata al santo. Nel 983 l’imperatore Ottone III pretese che le spoglie gli fossero consegnate. I beneventani astutamente gli avrebbero invece affidato quelle di S. Paolino di Nola. L’imperatore se ne accorse, cinse d’assedio Benevento, la espugnò e si prese almeno in parte quel che voleva trasferendo il “bottino” a Roma dove fece edificare nell’isola Tiberina la basilica dedicata a S. Bartolomeo. 

  • S. Ianuario (S. Gennaro)

Originario di Benevento, di cui divenne vescovo. Sul suo martirio esistono più versioni. La prima riferisce della visita compiuta assieme a due amici ad un altro amico imprigionato presso Pozzuoli. Nell’intercedere per la sua liberazione presso il governatore Dragonzio, Gennaro fece professione di fede cristiana subendo assieme ai compagni la condanna ad essere sbranato dai leoni. Il mito narra che i leoni si inginocchiarono davanti a lui. In ogni caso la pena fu commutata in decapitazione eseguita (305) nell’attuale Solfatara di Pozzuoli. Il corpo di Gennaro fu sepolto nell’Agro Marciano da dove fu tratto nel V secolo dal duca-vescovo della bizantina Napoli, Giovanni I per essere traslato nelle Catacombe di S. Gennaro.

Seconda versione. Gennaro e compagni si sarebbero recati a Nola ove il giudice Timoteo, avendo scoperto che il vescovo stava facendo proseliti e non avendo sortito alcun effetto su di lui l’applicazione di torture per farlo abiurare, lo fece gettare in una fornace (si indica quella esistente nel complesso basilicale di Cimitile). Le fiamme investirono i pagani mentre Gennaro ne uscì indenne. Timoteo si ammalò e Gennaro lo guarì. Come compenso, il giudice lo fece condurre nell’anfiteatro di Pozzuoli con il proposito di gettarlo alle belve. Invece Gennaro fu decapitato. Il suo sangue sarebbe stato conservato, originando la venerazione e il miracolo del suo scioglimento che ogni anno si ripropone alla venerazione dei fedeli.

Nell’ 831 Sicone I principe di Benevento assediò la bizantina Napoli e prese le spoglie del santo riportandole nella sua capitale di cui l’apostolo, oggetto di profonda venerazione, divenne patrono e ove rimasero - custodite nella cattedrale - fino al 1154 quando il normanno Guglielmo il Malo le fece traslare nell’Abbazia di Montevergine, nell’avellinese. Nel 1497 il definitivo rientro di S. Gennaro a Napoli.

  • Santa Giulia

Nobile di Cartagine, da giovane fu fatta schiava e martirizzata in Corsica intorno al 303 d.C. per essersi rifiutata di rinnegare la fede cristiana durante riti pagani. Il suo culto fu adottato dai Longobardi durante il loro processo di conversione dall'arianesimo al cattolicesimo, diventando un simbolo dell'integrazione tra la cultura germanica e quella romana-cristiana. Nel 762 il re Desiderio e la regina Ansa disposero il trasferimento delle spoglie dalla Corsica a Brescia ove al nome della santa fu intitolato il prestigioso complesso monastico fatto edificare nel 753 dalla coppia reale come fulcro religioso del regno e come tangibile simbolo della fusione tra la cultura longobarda e quella latina.

  • Santa Trofimena

La storia di Santa Trofimena, martire siciliana del III secolo - legata a Minori (Costiera Amalfitana) e alle vicende del Ducato longobardo di Benevento – è piuttosto complessa. Leggenda narra che Trofimena, appena a tredicenne, si oppose al padre che voleva darla in sposa a un pagano e per questa il genitore la uccise gettando in mare l’urna con il suo corpo. Verso il 640 l’urna, ritrovata da una lavandaia su una spiaggia, venne trasportata da una coppia di giovenche bianche (poi simbolo della Santa) nel luogo dove venne eretta una chiesa, in seguito ricostruita. Nell’838 le truppe longobarde guidate dal principe Sicardo di Benevento saccheggiarono i territori del Ducato di Amalfi, inclusa Minori e l’urna fu trasportata a Benevento. Morto Sicardo, nell’839 la santa fu infine restituita a Minori dove il culto viene celebrato ancora oggi.