Nel suo sviluppo storico il mondo longobardo “al femminile” presenta caratteri molto differenziati e spesso originali nel contesto altomedievale. A un iniziale ruolo mistico e magico impersonificato da Gambara - la capostipite - seguono le prerogative delle donne appartenenti alle stirpi aristocratiche e in quanto tali soggette alle convenienze politiche dei matrimoni dinastici. E ancora spiccano: il ruolo delle donne di potere o ispiratrici di fede e di opere d’arte, quello delle donne inserite nei monasteri, per finire alle prerogative attribuite per legge alla condizione femminile, alla posizione legale delle donne connesse alla magia e alla stregoneria e al ruolo delle prime donne impegnate negli studi medici.
“INFLUENCERS” NELL’ALTO MEDIOEVO
Matrimoni dinastici - Il valore politico della donna di stirpe nobile si è affermato nel V secolo quando i Longobardi della seconda grande migrazione erano già stanziati nell’area pannonica. Il loro re, Wacho della antica stirpe dei Lethingi, avviò una intensa politica dinastica sposando in sequenza donne nobili dei Turingi, dei Gepidi e degli Eruli. Austriguse dei Gepidi dette a Wacho le figlie Wisigarde e Waldrada: la prima andrà sposa a Teodeberto I re dei Franchi di Austrasia e Aquitania.
Diverso destino per Waldrada che, dopo infelici matrimoni con altri due re dei Franchi, divenne infine moglie del duca dei Bavari Garibold I. La loro figlia, Teodolinda, fu l’iniziatrice della dinastia bavarese-lethingia dei re longobardi d’Italia.
L'analisi dell'albero genealogico dei regnanti longobardi dà conferma di un regime di parità ereditaria tra fratelli, a prescindere dal sesso. Quando l'erede è una donna, sarà suo marito a governare per lei, poi alla sua morte il diritto al trono passerà a suo fratello e così via, fino a esaurimento della prima successione. Nello sviluppo storico si registrano comunque significativi periodi di reggenza da parte di regine vedove o madri di eredi di minore età. Ciò vale - ad esempio - per la stessa Teodolinda, per Teodorada di Benevento, per Rodelinda detta “timoniera” del regno, per Aloara di Capua, per Sichelgaita di Salerno attiva nella organizzazione dello storico Concilio di Melfi e, infine, per un personaggio carismatico con cui si può concludere la carrellata: Matilde di Canossa potente grancontessa di stirpe longobarda.
Badesse-manager - Gran parte delle donne dell’aristocrazia reale e ducale furono promotrici e sostenitrici nella fondazione e nel potenziamento di chiese e monasteri, arricchiti da opere d’arte, e nei quali esse stesse trovarono spesso rifugio. La direzione dei monasteri fu affidata alle badesse, prototipi di donne-manager, che seppero amministrare con grade capacità i patrimoni familiari loro affidati trasformando i monasteri in vere e proprie aziende, fonti di sviluppo e arricchimento per i territori di riferimento. Nulla di meno di quanto realizzato dai monaci delle abbazie.
CONDIZIONE FEMMINILE
Nel mondo longobardo stabilizzatosi nel regno d’Italia la donna partecipa attivamente alla vita economica e sociale. La condizione femminile, inquadrata in una logica familiare, viene disciplinata e tutelata dalla prima legge scritta (l’Editto di Rotari, 643). In sintesi la donna - pur essendo soggetta al “mundio” ossia la tutela esercitata da un uomo detto “mundualdo” (padre, fratello, marito) - gode di beni propri e di notevoli diritti. Ad esempio è libera di gestire come meglio crede i suoi beni e può presenziare alla compravendita di beni in veste di venditore o di acquirente purché ottenga il consenso del suo “mundualdo”. Esenti dal “mundio” le donne velate, ossia le monache.
La dote e il dono del mattino - Il patrimonio personale della donna si crea principalmente con il matrimonio. Anzitutto con il “fiderfio” (la dote) attribuitale dal padre al quale si aggiunge il “morgingab” (dono del mattino) dono dello sposo dopo la prima notte di nozze ratificato in documento scritto davanti a testimoni. Un dono stabilito dalle leggi di Liutprando pari, come massimo, al 25 per cento del patrimonio complessivo dello sposo. Il “morgingab” era gestito a vita dalla donna stessa, essendo sua esclusiva proprietà.
DONNE E MAGIA
Questo percorso è scandito dalla stretta relazione tra le donne e la Natura: la funzione materna della gestazione, della nascita, del nutrimento incarna in loro l’espressione diretta della Natura e dispone una stretta relazione delle donne con la conoscenza delle risorse vitali della stessa Natura. La cura dei cicli vegetativi, la conoscenza del potere alimentare e terapeutico delle erbe sono campi di attenzione ai quali le donne sono particolarmente portate. Una conoscenza che nello scorrere dei tempi diverrà tanto fondamentale quanto pericolosa per le donne stesse in fasi storiche in cui ignoranza e superstizione prevarranno sulla scienza.
Nel corso della storia la presenza della magia e delle conoscenze erboristiche - di cui le donne erano custodi - ha mantenuto la sua influenza nella vita delle comunità longobarde. Uno stato di fatto sviluppatosi in due opposte situazioni: da un lato la considerazione di pratiche e riti definiti “magici” e, dall’altro lato, l’accettazione delle donne come allieve e docenti della celebre Scuola medica salernitana e come promotrici dello sviluppo di alcune specializzazioni ginecologiche.
Donne magiche - Il primo incontro, nel mito delle origini, è con Gambara madre dei fratelli Ibor e Aio capi della tribù scandinava dei Winnili che guidarono la prima migrazione delle loro genti verso le coste nord-germaniche. Qui lo scontro con la tribù dei Vandali in previsione del quale Gambara assume il ruolo di mediatrice con le divinità nordiche, anzitutto con Freja e - attraverso lei - con Wotan, il dio supremo. Questi garantisce la vittoria alle genti che avrebbe visto per prime al mattino. Allo spuntare del sole Wotan vide anzitutto i Winnili le cui donne - per far apparire la tribù popolosa di guerrieri - avevano acconciato i capelli in modo simile alle barbe degli uomini. Ed ecco, assieme alla promessa di vittoria, il nome assegnato dal dio a quelle genti: Longobardi. Secondo alcune interpretazioni, questo mito rappresenterebbe una iniziale impostazione matriarcale della società longobarda, sostituita dal sistema patriarcale quando gli uomini - prima dediti alla caccia - assunsero il compito di difensori delle derrate alimentari, trasformandosi in guerrieri.
L’occhio della legge - Le fattispecie della magia e delle “streghe” erano previste nell’editto di Rotari (643). Il crimine consisteva però nelle azioni illecite commesse da coloro che accusavano donne o fanciulle – in particolare quelle libere - di essere streghe o “masche” (una figura, quest’ultima, di tradizione germanica cui si imputavano anche pratiche di antropofagia). L’accusa non provata era un crimine “nefando”. Lo avessero commesso padre o fratello della donna, avrebbero perduto ogni diritto su di lei. Se l’ingiusta accusa fosse stata mossa dal marito, la donna poteva rientrare nella famiglia di origine o affidare tutti i suoi beni alla corte del re. Ben più pesanti le conseguenze se l’accusa di stregoneria o di prostituzione fosse stata formulata da un uomo contro una donna libera che fosse sotto la potestà di un altro uomo. Qualora pentito, l’accusatore avrebbe dovuto prestare giuramento solenne di aver agito sotto la spinta dell’ira, compensando l’offesa con una somma riparatoria. Viceversa se avesse dichiarato di poter provare l’accusa, era necessario ricorrere a un duello giudiziario contro un campione difensore della accusata. Lo scontro era soggetto a verifica del giudice affinchè fosse certo che nessuno dei contendenti portasse con sè erbe dal potere magico in grado di condizionare il duello.
Le streghe di Benevento - La figura delle streghe e le leggende ad esse collegate, sopravvissero nella persistente concezione pagana, in particolare nel Sud Italia dove fiorì la leggenda delle “streghe di Benevento” e delle loro danze notturne, presso le sponde del fiume Sabato, attorno a un noce sacro che il vescovo San Barbato farà sradicare nell’intento di eliminare l’idolatria. Queste streghe, identificate nel dialetto locale con il termine di "janare" avevano la capacità di passare attraverso le porte ed erano considerate portatrici di sciagure, di infertilità e autrici di orrendi malefici soprattutto a danno dei fanciulli. Nelle leggi di Liutprando (emanate tra il 712 e il 744) l’attenzione del legislatore, allineato alle idealità cristiane, si spostò su un altro fronte: quello degli indovini e dei culti legati al mondo naturale. Pratiche condannate in quanto crimini contro Dio. Chi veniva a conoscenza di simili pratiche aveva il dovere di denunciarle pena – ove smascherato per il suo silenzio – di essere accusato lui stesso del medesimo crimine.
<MULIERES SALERNITANAE>
La vorticosa crescita culturale di Salerno e l’incontro di più culture dette origine - in un periodo tra il IX e il X secolo - alla prestigiosa Scuola medica salernitana, considerata una proto-università. Essa pose i propri fondamenti sull’unione tra la tradizione greco-latina e le nozioni derivate dalle culture araba ed ebraica. La Scuola fissa un momento fondamentale nella storia della medicina ed anche nella legittimazione del ruolo delle donne-medico. Le innovazioni introdotte – basate sul metodo empirico della pratica e dell’esperienza – aprirono la strada all’impostazione della profilassi e della prevenzione. Le donne ammesse allo studio e poi alla pratica e alla didattica medica – divenute famose con l’appellativo di “mulieres salernitanae” – ebbero il merito di distinguersi nei campi della ginecologia, dell’ostetricia e della cosmetica. Prima fra tutte l’ostetrica e levatrice Trotula de’ Ruggiero (IX sec.) autrice di trattati specialistici sulle malattie femminili e sulla cosmesi. Tra le altre sue colleghe famose si ricordano Rebecca Guarna, Abella Salernitana, Mercuriade e Costanza Calenda.